Android è più o meno Linux. Linux non è Android

Scrivo questo post come contenuto per il bellissimo #BloggersContest lanciato da LinuxBird.
Mai come negli ultimi tempi la guerra tra i sistemi operativi di varia natura è stata così accesa e combattuta. A suon di rilasci, novità e presentazioni lampo, le varie aziende che giocano questa partita si stanno dando battaglia al fine di porre il proprio prodotto sul trono del re incontrastato dei nuovi dispositivi tecnologici. Da quando il primo smartphone “intelligente” fece la sua comparsa sul mercato mondiale, il comparto software ha conosciuto una crescita esponenziale direttamente proporzionale a quella del settore hardware. Tra tutti i sistemi sicuramente Android è il più controverso e, nonostante per gli amanti dell’open source sia visto come una manna dal cielo per la rivincita di Linux nel mondo, dagli adulatori del Free Software è visto come un diavolo che gioca a fare il prete tra i bambini del catechismo.
Ma perché Android è fulcro di così tante e contrastanti attenzioni?
La guerra dei progetti
Android Inc. nasce nel 2003, viene rilevata da Google nel 2005 e solo nel 2008 si potrà ammirare la versione 1.0 del sistema operativo che però, come progetto, era nato 5 anni prima. Analizzando la tempistica si nota come l’idea, pur essendo relativamente vecchia ormai (5 anni nel settore tecnologico sono un’eternità), conosce il pubblico solo un anno dopo la presentazione del suo rivale per eccellenza: iOS. La cosa potrebbe sembrare irrilevante ma in realtà è un ottimo punto di partenza per capire come Android sia stato figlio di scelte forse sbagliate che ne hanno dettato una nascita ritardata che è costata sicuramente una consistente fetta di utenza che era ormai presa dall’Iphone da poco presentato. 
La domanda perciò sorge spontanea: come può un progetto Open Source che può vantare dalla sua la forza lavoro di Google, nascere così tardi rispetto alla sua prima ideazione? La risposta è ancora più semplice: Android non è Open Source come si crede che sia. Il punto cardine dei software a sorgente aperto è la sua rapida escalation circa l’inserimento di nuove feature e la correzione di bug in tempi veramente molto brevi. Un codice aperto che gira per il mondo viene letto da migliaia di occhi e scritto e aggiornato da altrettanti mani e questo ne permette una rigenerazione ottimale pressoché sconfinata e dalle potenzialità illimitate. Google, invece, ha dalla sua la libertà di partorire versioni intermedie del sistema all’interno delle mura della sua azienda e di pubblicare i sorgenti del progetto secondo un proprio sistema di rilasci. Questo blocca la forza su cui il progetto dovrebbe premere di più con la conseguenza che il suo sviluppo è veloce tanto quanto lo può essere potenzialmente una Ferrari sulla neve. Fin qui gli estimatori di Android potrebbero dire che è tutto normale, che il mercato detta la legge a cui il consumatore deve sottostare e che comunque Google fa lavorare dei suoi dipendenti per offrire un prodotto gratuito e liberamente fruibile. Qui si cade nuovamente nell’ovvietà più sbagliata ed ancora una volta il concetto di Open Source viene risicato nella sua grammatica più spicciola. Se è anche vero che l’azienda di Palo Alto offre il proprio lavoro a titolo apparentemente gratuito, ci si deve rendere conto che quando la stessa azienda rivende le sue versioni aggiornate di Android ai partner che sviluppano la parte hardware (telefoni e tablet, nda), costringe loro ad integrare i servizi di Google stessa nativamente degli apparecchi. A questo punto l’utente si ritrova a tutti gli effetti un google-fonino tra le mani prima ancora di aver avviato il sistema per la prima volta. Dov’è la libertà di scelta di cui tanto si discute? Non era il software Open Source a non avere catene e vincoli con i padroni?
Incoerenza
Volendo ancora paragonare Android ad i suoi rivali, il sistema del robottino verde ha ancora una pecca dalla sua: l’incoerenza. Più volte si è visto come Android non sia così libero come si decanta e ciò può ferire ancora di più gli utenti più sensibili che possono sentirsi offesi da tale comportamento. Sapere che Apple sviluppa software chiuso permette a chi non accetta tale pratica si boicattare i prodotti dell’azienda. Semplice e lineare. Ma sapere che qualcuno sta sviluppando un sistema operativo aperto ti pone sicuramente su un piano ricettivo completamente diverso.
Linux nel telefono
È sempre più crescente, inoltre, la forte convinzione che avere Android tra le mani significhi “avere Linux nel cellulare”. Questa idea è totalmente sbagliata è Android è direttamente paragonabile a Linux tanto quanto lo può essere Ubuntu piuttosto che Debian o Fedora. Linux è solo una base su cui un sistema viene costruito. Con gli stessi mattoni con cui una persona costruisce la cuccia del proprio cane, un’altra sta realizzando un grattacielo. Vi sentireste mai pronti a dire che il grattacielo e una cuccia o una cuccia è un grattacielo?

Questa ovviamente è solo un’analisi blanda e superficiale di quanto sia chiaro che Android è più o meno Linux ma Linux non è Android. Sino a quando la disinformazione avrà la meglio sulla volontà di conoscere allora si dovrà combattere contro i mulini a vento essendo fortemente convinti che siano dei giganti. 

Fortunatamente, come sempre, le alternative esistono e bisogna solo adottarle ed aiutarle a crescere. Parliamo di progetti veramente aperti e liberi come Firefox OS, Meego, Tizen o Replicant che, forti della comunità alle loro spalle, stanno sviluppando dei progetti realmente interessanti di cui sicuramente sentiremo ancora parlare.
Fonti: [1] [2] [3] [4]
   

Io sono un numero

   
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L’era della targa digitale
Il codice fiscale, la targa di un’automobile o la partita IVA sono solo alcuni esempi di codici utili all’identificazione univoca di un soggetto (sia esso privato o azienda) all’interno di un folto gruppo di dati simili. Se un vigile volesse fare una multa basterebbe, infatti, indirizzarla al proprietario dell’auto di una determinata targa poiché è impossibile che ne esistano, all’interno di un determinato contesto, due uguali. Immaginiamo ora che il vigile in questione venga sostituito da un stalker che avrà, quindi, un modo per sapere dove siamo semplicemente andando alla ricerca dell’automobile che rechi quel preciso codice identificativo.
Quello che è appena stato descritto è l’enfatizzazione, neanche molto dissimile dalla realtà, di quello che quotidianamente ci accade sul web mentre navighiamo tranquilli per guardare le nostre foto o cercare le migliori offerte sui prodotti di nostro interesse.
Google, Facebook o Yahoo, tanto per citarne alcuni, operano alle nostre spalle come bravi stalker telematici 2.0 assegnandoci una targa con cui identificarci all’interno dei miliardi di utenti del web e seguendo minuziosamente ogni nostro spostamento. Ad ogni utente, infatti viene assegnato un ID (Identification Number – Numero Identificativo) con il quale si marchia l’utente all’interno di un’enorme banca dati ed al quale vengono associate, in maniera alle volte poco trasparente, le operazioni che lo stesso utente esercita quando naviga con il suo dispositivo.
Da quando è nato il web 2.0 e da quando i social network hanno fatto il loro ingresso nel mondo della rete, il business sul web si è nettamente rinnovato, trasformando l’utente da cliente di un servizio a merce da rivendere in piccole parti. Ogni nostra scelta viene salvata ed archiviata in modo da poterci propinare le cosiddette pubblicità mirate. Nulla di ciò che guardiamo all’interno di una pagina web è causale e, indipendentemente dal contenuto che stiamo visualizzando o leggendo, vedremo sempre le stesse pubblicità dei soliti prodotti.
Come guadagnano i grandi del web
Siamo talmente abituati a sapere che per ogni nostro dubbio c’è Google che difficilmente ci siamo mai chiesti come faccia un’azienda del genere (multimilionaria n.d.a.) a guadagnare semplicemente da due vocaboli scritti in una casella di testo.
Sostanzialmente le aziende nel web guadagnano tutte allo stesso modo: vendendo i tuoi dati per generare introiti dovuti dalle pubblicità.
Ogni ricerca che fai su Google viene salvata associandola univocamente a te ed in questo modo viene unita alle altre cose che hai cercato nel corso degli anni. In questo modo la società traccia un profilo dei tuoi gusti, dei tuoi desideri e perfino del tuo stato di salute. Questo si tramuta in una serie di dati che Google (o altre aziende) rivende a società terze che così possono indirizzare pubblicità mirate al giusto target di utenti. A differenza della televisione, dove la pubblicità viene spedita in base al programma in onda nella speranza che raggiunga le persone giuste, le pubblicità del web colgono sempre nel segno e perciò se almeno una volta abbiamo effettuato una ricerca su cosa può causare il prurito intimo, prepariamoci ad essere inondati di foto promozionali di creme e cremine in ogni sito che ci apprestiamo a visitare.
La stessa cosa, ovviamente, accade negli altri siti con sistemi diversi. Ogni volta che su Facebook cliccate su “Mi piacciono i Pan di Stelle” state regalando alla Mulino Bianco la possibilità di sapere che siete dei potenziali acquirenti dei loro prodotti. La cosa più sconvolgente è che vi state vendendo da soli e senza alcuna forzatura.
Quanto siamo disposti a venderci?
Da quando si è scoperto che le grandi major del web operano in questo modo, gli utenti si sono divisi tra chi ha iniziato a gridare allo scandalo e chi ha dichiarato di essere pronto a convivere con questo sistema pur di avere i prodotti sempre funzionanti e sempre gratuiti. L’arte di vendere sé stessi è quasi antica quanto l’uomo e la pigrizia a cui la società moderna ci ha abituato grava pesantemente sul resto. In un periodo storico in cui orwelliane entità ledono continuamente la nostra privacy, volersi tutelare, almeno dove è possibile, dovrebbe essere una priorità e non una sistema per barattare la propria vita con un servizio. Cosa accadrebbe se un giorno il vostro pizzaiolo di fiducia vi dicesse che potete mangiare gratis da lui purché egli possa guardarvi giorno e notte dalla finestra di casa? Vi sentireste davvero tranquilli se, in ogni momento della giornata, qualcuno potesse entrare in casa vostra e sfogliare gli album che avete nel salotto o guardare cosa avete nel frigorifero? Sareste felici se ogni volta che chiedeste a qualcuno le indicazioni stradali per raggiungere un luogo, questo si segnasse il vostro nome, cognome e tragitto su un foglio di carta?

Costi e benefici

Ma se allora queste società guadagnano con questo sistema, vuol dire che se esso non esistesse sarebbero costrette a chiudere?
In realtà la cosa non è vera. Come è stato precedentemente illustrato, la televisione sopravvive agevolmente con la pubblicità senza ledere la privacy di chi sta usufruendo del servizio. Internet potrebbe funzionare allo stesso modo senza arrecare gravi danni nè all’utente e nè alle tasche delle società. Purtroppo però scavare nella vita della gente è molto più semplice che costruire delle vere e proprie analisi di mercato studiate nei particolari e quindi le aziende inserzioniste chiedono a gran voce che la nostra privacy sia lesa e che i loro prodotti siano venduti. Personalmente credo che nessun servizio valga la dignità della gente. Non permetterei a nessuno di entrare nella mia vita privata senza permesso e pertanto non permetterei a nessuno di scavare nei miei gusti e nelle mie abitudini sul web. Fortunatamente le alternative che ci tutelano esistono, basta solo voler cambiare per rispettare sè stessi e gli altri.

Alternative

Lungi da me creare una lista esaustiva delle alternative possibile, voglio solo indicare alcuni servizi che reputo ottimi come sostenuti delle più blasonate controparti al fine di dimostrare comeun business del web che tuteli l’utente esiste e funziona anche molto bene:

Google (Motore di Ricerca): DuckDuckGo Ixquick
Google (Maps) : OpenStreetMaps
Facebook: Friendica Diaspora
Twitter: Identi.ca

Inoltre vi invito a fare visita a questo sito dove è possibile travare valide alternative ai progetti più famosi, il tutto in salsa Open Source e quindi amico della nostra privacy.
  

Sistemi dei massimi brevetti

Scrivo questo post come contenuto per il bellissimo #BloggersContest lanciato da LinuxBird.
Nel 1452 nacque un uomo che in 67 anni di vita sarebbe riuscito, grazie alle sue innumerevoli intuizioni ed invenzioni, a creare uno spropositato numero di progetti che sarebbero stati poi ripresi nei secoli successi per dare vita a creazioni sempre più sofisticate ed interessanti. Stiamo parlando di Leonardo Da Vinci, forse il più grande inventore che la storia abbia mai conosciuto. Nessuno oserebbe mai immaginare che sui disegni ultracentenari di quest’uomo ci fosse già impressa quella che noi oggi conosciamo come bicicletta o che il carrarmato è rimasto molto fedele al disegno originale ideato proprio dal geniale fiorentino.

Nel 2012 due grosse potenze del panorama tecnologico mondiale si danno battaglia a suon di perizie e sedute legali per decidere, in sede giuridica, chi abbia avuto per prima l’idea di smussare gli angoli del proprio device mobile e chi abbia deciso che toccare lo schermo per svolgere le più comuni azioni fosse la più geniale delle trovare dalla scoperta della corrente elettrica ad oggi.

Ho voluto porre un lungo preambolo alla questione per poter parlare di quanto il brevetto sia un grosso limite per la società moderna, sempre alla ricerca di novità in cui imporre nuovi prodotti a mercati già saturi. Siamo talmente abituati all’idea che un’invenzione debba essere coperta da brevetto che forse non ci siamo mai soffermati ad immaginare un mondo senza. Il mio confronto storico vuole solo essere un modo simpatico per riuscire a capire quanto la limitazione dell’ingegno sia solo un male che porta alla stagnazione del futuro panorama della ricerca e del progresso, non solo tecnologico, ma globale.

Il brevetto viene definito da Wikipedia come:

Il brevetto (o più propriamente brevetto per invenzione) è un titolo giuridico in forza al quale al titolare viene conferito un diritto esclusivo temporaneo di sfruttamento dell’invenzione in un territorio e per un periodo ben determinato, e consente di impedire ad altri di produrre, vendere o utilizzare la propria invenzione senza autorizzazione.
Anche se nella maggior parte dei casi, il titolare di un brevetto ottiene anche il monopolio del relativo mercato, questo non avviene sempre: il titolare di un brevetto potrebbe infatti trovarsi comunque nell’impossibilità di vendere il prodotto che incorpora l’invenzione brevettata, per esempio a causa di brevetti precedenti di proprietà di terzi.

Come si può ben capire, quindi, grazie alla legge è possibile essere gli unici proprietari di un’idea e si ha la possibilità che essa rimanga tale per un certo lasso di tempo. Molto spesso ho sentito dire dagli estimatori del brevetto che esso sarebbe dannoso se non avesse limiti di tempo mentre, con l’attuale sistema, basta solo attendere per vedere decadere i limiti. Ciò potrebbe risultare vero se la durata fosse relativamente breve ma allo stato attuale si parla di circa 20 anni. Rimanendo nel campo dell’informatica, basti pensare che 20 anni fa sui computer c’era il DOS o Windows 95 e che i videogame erano quanto di più osceno si potesse immaginare graficamente mentre, ad esempio, nel campo della telefonia stavano vedendo la luce i primi cellulari così gli conosciamo oggi. Ciò dimostra come 20 anni (ma anche per 5 o 10 il discorso sarebbe uguale) siano un tempo troppo lungo per porre freni alla ricerca.
Avere la possibilità di piazzare un pesante veto su una qualsiasi idea vuol dire non permettere ad altri di utilizzarla e pertanto di migliorarla così da poter disporre sempre dei sistemi più stabili, più sicuri e nettamente migliori. Cosa sarebbe accaduto se l’invenzione della bicicletta avesse avuto dei limiti dovuti dai brevetti? Oggi ci muoveremmo con mezzi obsoleti che non conoscerebbero tutte quelle migliorie che hanno reso la vita dei ciclisti molto più semplice. Cosa sarebbe accaduto se Cooper avesse avuto la possibilità di porre grossi limiti sul primo cellulare? Oggi sicuramente non avremmo gli smartphone e per vederne uno dovremmo aspettare ancora moltissimi anni. 
L’attuale guerra tra Apple e Samsung ha risvegliato sicuramente un argomento dormiente che nel tempo a mietuto molte vittime a livello intellettuale. La vera protezione nei confronti dell’ingegno non è sottoporlo a limitazione ma è aiutarne la diffusione nella maniera più capillare possibile e con gli strumenti migliori. Diverse persone che lavorano allo stesso progetto in diverse parti del mondo non possono che essere il modo migliore per sviluppare un’idea ed i progetti open source sono la ventennale prova che questo sistema funziona e partorisce ottimi risultati.
Mi piacerebbe chiudere l’argomento con una massima che è tra le mie preferite:
“Se io do una mela a te e tu dai una mela a me abbiamo entrambi una mela. Se io do un’idea a te e tu dai un’idea a me, abbiamo entrambi due idee”
   
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